Non sono mai stato un appassionato di iPod e non lo sono tutt’ora ma ho sempre sostenuto la sua carica semantica, la sua capacità di veicolare significati mutevoli attraverso una semplicità delle linee disarmante. Il suo essere “simbolo”, insomma, a dispetto di una serie di caratteristiche tecniche – a mio avviso – decisamente restrittive.
Nelle metropoli possiamo osservare in qualunque luogo iPod indossati in modo estroso, accordati con i colori dell’abbigliamento dei rispettivi proprietari o applicati ai lembi degli indumenti più disparati. Gli altri lettori mp3 ci sembrano delle vecchie lattine arrugginite a confronto: fili, lacci, scocche plastificate e schermi a cristalli liquidi demodé non riescono a tenere il passo con la struttura rigida e pulita del gingillo made in Cupertino. È lecito domandarsi, quindi, se è possibile individuare una tipologia di utenti iPod rispetto alla sua capacità di rendersi oggetto estetico, ovvero se – e in che misura – le persone scelgono l’iPod per le sue caratteristiche estetiche piuttosto per quelle tecniche o per l’insieme di valori socio-culturali che veicola. In buona sintesi, capire se ci sono persone che l’iPod lo indossano piuttosto di utilizzarlo.
Questa domanda è stata la base di partenza della mia tesi di laurea specialistica, una ricerca qualitativa sull’estetica dell’iPod svolta attraverso l’utilizzo di una metodologia etnografica. Negli ultimi mesi, però, gironzolando per Roma ho prestato attenzione un fenomeno singolare. Nelle vetrine dei più accreditati negozi di tecnologia facevano bella mostra di sé lettori mp3 che riprendevano le linee del ben più famoso iPod ma che non erano commercializzati dalla Apple. Ovviamente non stiamo parlando di veri e propri falsi così come nel caso delle borse Luis Vuitton che si trovano agli angoli delle strade: questi lettori, infatti, non portano il classico logo della “mela morsicata” e tra l’altro presentano delle linee piuttosto grossolane, ma che comunque ricordano molto da vicino quelle dell’iPod Apple.
In particolar modo, i modelli più scopiazzati sono il “nano” e lo “shuffle” di seconda generazione, quello che può essere fissato tramite molletta al proprio abbigliamento (immagini in basso, reperite presso gli account Flickr di Radu Ceuca e Kitetoa). Cosa significa tutto ciò? Mi sembra abbastanza ovvio: non ci interessa la politica di chiusura della Apple, il suo elitismo, il suo creare una comunità piuttosto che mercato. Non ci interessa la sostanza, ma la forma. Vogliamo l’estetica dell’iPod, l’idea che scaturisce in un individuo che per strada, in spiaggia, in un centro commerciale o in qualsiasi altro posto distrattamente osserva le persone che lo circondano ed è capace di distinguere chi ha l’iPod e chi no, senza soffermarsi sulla su reale genuinità. E magari dare un giudizio di valore in base a chi lo possiede e chi no.
Io però credo che il passaggio in questione sia degno di nota. Quando un prodotto giunge a essere “copiato” vuol dire che ha avuto un grande successo. I primi a subire questo trattamento – almeno secondo la mia memoria – sono stati i jeans Levi’s, poi le borse Luis Vuitton e Gucci, e infine gli accessori Prada. Oggi quasi tutte le grandi marche di abbigliamento e accessori hanno i loro rivali “taroccati” e non so ben dire se questo faccia piacere o meno ai titolari delle multinazionali, ma sicuramente possiamo definirlo un passaggio che sancisce l’ingresso di un determinato prodotto in una sorta di gotha del gusto di massa. Ma se questo processo di reificazione negativa dell’oggetto alla moda è avvenuto ed avviene già per un notevole numero di prodotti, dov’è la novità se anche l’iPod viene introdotto in questo circolo?
La risposta è molto semplice, e sembra avvalorare la mia tesi che considera l’iPod come artefatto tecnologico che viene privato delle sue funzionalità tecniche per essere ricoperto di significati estetici. Infatti, tutti gli oggetti che puntualmente vengono utilizzati come modelli per la riproduzione di artefatti simili – a prescindere dal costo e/o dalla qualità – appartengono all’universo dell’abbigliamento, dell’accessorio. In poche parole, dell’estetico. L’iPod in sostanza è un artefatto per la riproduzione di brani musicali outdoor ma viene trattato al pari di un oggetto da indossare la sera, quando si esce con gli amici, o il pomeriggio o in qualsiasi altro momento della giornata ma che comunque deve essere messo in mostra. Ha subito un processo di estetizzazione pari, forse, solo a quello che all’epoca avvenne per il Walkmann della Sony.
Perché altre case produttrici di lettori mp3 non hanno impiegato le loro risorse per studiare un sistema “chiuso” e innovativo come iTunes ma hanno preferito concentrarsi sulle linee pulite dell’artefatto iPod? Perché, forse, qualcuno si è guardato intorno, ha portato avanti delle ricerche, ed ha notato che l’iPod più che uno strumento per la lettura dei brani musicali è un oggetto da indossare, da vestire. Rappresenta non solo uno status symbol, un oggetto che racchiude in sé significati fin troppo rimarcati relativi a una concezione della vita diversa da quella che può racchiudere un’altra casa informatica nei suoi prodotti, ma anche un semplice orpello. Un comune e banale ninnolo da applicare sulla tasca del proprio giubbino insieme a spillette e quant’altro. Che però, a differenza delle spillette, ha anche una sua valenza funzionale. Comunica e ci fa comunicare: ci permette di ascoltare musica, di relazionarci con gli altri – gridando quasi a gran voce:”ecco, vedi, io sono un fruitore Apple” – ma anche di appagare il nostro gusto estetico e l’idea che gli altri si possono fare di quest’ultimo.
Parafrasando, con un pizzico di ironia, Lévi-Strauss, quindi, l’iPod non solo è “buono da pensare”, ma anche da guardare, a tal punto da essere anche buono da copiare. O meglio, fa gola. Nella mia ricerca ho definito l’iPod come un contenitore di significati mutevoli, riprendendo la definizione di simbolo di Roland Barthes, proprio perché lo considero un oggetto dalle sfaccettature infinite. Non uso idolatrarlo, lo guardo con il giusto distacco, ma non posso fare a meno di considerarlo come uno degli artefatti più innovativi, e non per chissà quale grande tecnologia ma per la capacità che possiede – e forse neanche tanto studiata a tavolino – di racchiudere in una sintesi sempre dialogica significati prismici che gli utenti possono interpretare e rielaborare a proprio piacimento.




A.A. V.V., La ricerca qualitativa, a cura di Ricolfi Luca, Roma, Carocci Editore, 2006.
A.A. V.V., Ricerca Sociale. Dal progetto dell’indagine alla costruzione degli indici (vol. I), a cura di Cannavò Leonardo e Frudà Luigi, Roma, Carocci Editore, 2007.
Abruzzese Alberto, Borrelli Davide, L’industria culturale. Tracce ed immagini di un privilegio, Roma, Carocci Editore, 2002.
Assante Ernesto, Ballanti Federico, La musica registrata, Roma, Dino Audino Editore, 2004.
Barthes Roland, Miti d’oggi, Milano, Fabbri Editore, 2001.
Berker Thomas, Hartmann Maren, Punie Yves, Ward Katie, Domestication of Media and Technology, Berkshire (England), Open University Press, 2006.
Bichi Rita, L’intervista biografica. Una proposta metodologica, Milano, Vita & Pensiero, 2002.
Blumer Herbert, La metodologia dell’interazionismo simbolico, Roma, Armando Editore, 2006.
Bolter Jay David, Grusin Richard, Remediation, competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi, Milano, Guerini e Associati Editore, 2002.
Boni Federico, Etnografia dei media, Roma – Bari, Editori Laterza, 2004.
Breen Christopher, Il mio piccolo iPod, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2004.
Bruzzone Rossana, Personaggi. Mode e stili della modernità, Firenze, L’Autore Libri, 2003.
Canevacci Massimo, Sincretismi. Esplorazioni diaspori che sulle ibridazioni culturali, Milano, Costlan Editori, 2004.
Chandler Alfred, La rivoluzione elettronica. I protagonisti della storia dell’elettronica e dell’informatica, Milano, Università Bocconi Editore, 2003.
Corbetta Piergiorgio, La ricerca sociale: metodologia e tecniche. Le tecniche quantitative (vol. II); le tecniche qualitative (vol. III), Bologna, Il Mulino, 2003.
De Blasio Emiliana, Gili Guido, Hibberd Mattew, Sorice Michele, La ricerca sull'audience, Milano, Hoepli, 2007.
De Masi Domenico, Ozio Creativo. Conversazione con Maria Serena Palieri, Milano, Edizione Superbur, 2000.
De Propris Americo, Breviario della nuova estetica, Roma, Editoriale Arte e Storia, 1970.
Flichy Patrice, Storia della comunicazione moderna. Sfera pubblica e dimensione privata, Bologna, Edizioni Baskerville, 1994.
Fulci Cesare, Design. Una storia, Reggio Calabria, Edizioni Parallelo 38, 1974.
Gianturco Giovanna, L’intervista qualitativa. Dal discorso al testo scritto, Milano, Guerini Editore, 2005.
Giuliano Luca, L’analisi automatica dei dati testuali. Software e istruzioni per l’uso, Milano, edizioni LED, 2004.
Kant Immanuel, Critica della ragion pura, Torino, UTET, 2005.
Lancia Franco, Strumenti per l’analisi dei testi. Introduzione all’uso ai T – LAB, Milano, Franco Angeli, 2004.
Livingstone Sonia, La ricerca sull’audience. Problemi e prospettive di una disciplina al bivio, Catanzaro, Rubbettino Editore, 2000.
Ludovico Alessandro, Suoni futuri e digitali: la musica e il suo deflagrante impatto con la cultura digitale, Milano, Apogeo, 2000.
Lull James, In famiglia, davanti alla Tv, Roma, Meltemi Editore, 2003.
Matera Vincenzo, La scrittura etnografica, Roma, Meltemi editore, 2004.
Marzano Marco, Etnografia e ricerca sociale, Roma – Bari, Laterza, 2006.
McLuhan Marshall, Gli strumenti del comunicare, Milano, Il Saggiatore, 1967.
Modica Massimo, Che cos’è l’estetica. Filosofia, Poetiche e teorie delle arti: storia, problemi, confini, Roma, Editori Riuniti, 2002.
Montesperelli Paolo, L’intervista Ermeneutica, Milano, Franco Angeli,1998.
Montesquieu Charles - Louis de, Saggio sul gusto, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1995.
Morley David, Media, modernity and technology. The Geography of the new, Oxon (England), Routledge, 2007.
Palazzi Fernando, Dizionario della lingua italiana, Milano, Fratelli Fabbri Editore, 1977.
Pucci Alberto, Facce da iPod, Milano, Mondadori Informatica, 2006.
Roberti Geraldina, Mediamente giovani. Percorsi, stili e consumi culturali, Roma, Bulzoni Editore, 2005.
Rocci Lorenzo, Vocabolario Greco - Latino ( XIV ed.), Città di Castello, Società Editrice S. Lapi, 1961.
Rosenkranz Karl, Estetica del Brutto, Palermo, Aesthetica Edizioni, 1995.
Said Edward, Orientalismo. L’immagine europea dell’oriente, Milano, Feltrinelli Editore, 2001.
Sculley John, Io, la Pepsi e la Apple. La mia sfida per inventare il futuro, New York, Sperling & Kupfer Editori, 1987.
Silverstone Roger, Perché studiare i media?, Bologna, Il Mulino, 2002.
Simmel Georg, La Moda, Milano, SE Srl, 1996.
Sorice Michele, Le comunicazioni di massa. Storie, teorie, tecniche, Roma, Editori Riuniti, 2005.
Zecchi Stefano, La Bellezza, Torino, Bollati Bollinghieri, 1990.