Nonostante la rilevanza che questo tema si è guadagnato sulla scena internazionale, il primo passo da compiere quando si è intenzionati a trattare l’argomento “free software” riguarda la giusta traduzione dell’aggettivo free. Infatti, ancora oggi la quasi totalità dell’opinione pubblica non riesce a distaccarsi da una visione esclusivamente gratuita del free software. Approfittiamo, quindi, dell’occasione per chiarire il punto: il prefisso “free” non deve essere tradotto come gratis, ma come libero. Lo stesso Richard Stallman, fondatore della Free Software Foundation, ricorda sempre l’accezione esatta dell’aggettivo free: “Free as in free speech, and not as free beer”, libero come libertà di parola e non come birra gratis (Mari A., Romagnolo S., 2003:29). Di certo l’assenza di costo d’acquisto è un elemento che caratterizza molti casi di software libero ma non è assolutamente vero che tutto il free software è disponibile senza un regolare acquisto; tanto meno è vero il contrario - ossia che tutti i programmi gratis siano liberi. Piuttosto, ciò che può essere indicato come una peculiarità imprescindibile del software libero è la sua predisposizione alla condivisione e alla cooperazione. Il software libero prende forma dal confronto di chiunque si ritiene capace di poter apportare un miglioramento al progetto iniziale, plasmandosi sull’ancestrale modello del dono ove i momenti del dare, ricevere e restituire si fondono in un movimento fluido ed armonico: si dona non per ricevere, ma perché l’altro doni (Claude Lefort, citato in Berra M., Meo A.R., 2001:162). La vera libertà che contraddistingue un simile prodotto si ritrova nella sua totale apertura nei confronti dei possibili utenti, nella possibilità che ognuno di noi ha di visualizzare il codice sorgente del programma e - se ne è capace - di modificarlo a proprio piacimento. Dopodiché possiamo decidere di farne una copia per un nostro amico oppure di metterlo a disposizione sul web. In alcuni casi, e in base solo ad alcune licenze, possiamo addirittura far fruttare il nostro estro creativo e mettere in vendita la versione modificata, ma nessuno verrà mai ad accusarci di aver violato alcuna legge o copyright. L’unico obbligo riguarda la citazione della fonte, il rispetto della proprietà intellettuale.
È anche vero, però, che viene da domandarsi quali siano le reali possibilità economiche di un simile prodotto. Secondo Rober Young, “nessuno si aspetta che far soldi col software libero sia cosa facile. Arricchirsi con l’open source, infatti, è una sfida ma non più grande che con il software proprietario”(www.apogeonline.it). Il nostro obiettivo sarà quello di approfondire la suddetta tesi, sottolineando le similitudini e le differenze che intercorrono sul piano economico tra queste due tipologie di software e chiamando i causa quei casi empirici in grado di sfatare il mito secondo il quale solo da un’organizzazione centralizzata e gerarchica può nascere un programma valido, capace di determinare un profitto. Con il software libero, il guadagno si genera nello stesso modo rispetto a quando parliamo di software proprietario: creando un grande prodotto, commercializzandolo con accortezza e fantasia, prendendosi cura dei clienti e, di lì, costruendo un marchio che sia sinonimo di qualità e di servizio alla clientela (ibidem).
Free speech
Focalizzare un punto di partenza, un tratto di storia nel quale far confluire tutte le cause e gli elementi che hanno portato alla nascita del software libero è un’impresa ardua. Sicuramente, però, possiamo individuare nell’America rivoluzionaria degli anni Sessanta la culla generativa del futuro apparato teorico relativo al software libero. Quest’affermazione può essere sostenuta dall’avvento, nel suddetto periodo storico, di tre elementi fondamentali: la diffusione dei primi big iron (computer giganteschi destinati ai calcoli scientifici che occupavano intere stanze) nei centri di ricerca universitari; la nascita delle relative comunità hacker che tentavano di penetrare e comprendere queste complicatissime (e costosissime) macchine finalizzate alla ricerca scientifica; lo spirito libertario dei movimenti di contestazione giovanile, sorti proprio negli anni sessanta. Nelle università di Stanford, Berkeley e nel Massachusetts Institute of Tecnology (MIT) queste prerogative si fusero con la naturale attitudine di migliorare il lavoro altrui. Il primo grande esempio di comunità hacker nacque proprio a Berkeley, nel 1973, grazie alla passione di un gruppo di ingegneri convinti della necessità di un’informatica diffusa e popolare, capace di agevolare - e non ostacolare - il naturale dilatarsi della cultura e del sapere. Questo gruppo, l’Homebrew Computer Club, era formato da personaggi del calibro di Fred Moore, Lee Felsenstein, Stephen Wozniac ed era già perfettamente consapevole del fatto che l’uomo, essendo un essere planetario, doveva partecipare attivamente all’intelligenza collettiva della sua specie (Levy P., citato in Marinelli A., 2004:20). Tra l’altro, come sostiene Lawrence Lessig, negli ambienti accademici quest’idea della collettività e del miglioramento non era peregrina: in un dipartimento di matematica chiunque era libero di intervenire su una dimostrazione di un altro, così come in un’aula di lettere classiche era perfettamente consentito correggere una traduzione di un proprio collega (Lessig L., 2005:255). Ovviamente, questo poteva avvenire solo se la correzione o l’approfondimento in questione era utile al miglioramento del risultato finale.
Quando negli anni ‘70 Richard Stallman - allora brillante studente e laureato in fisica ad Harvard - si trasferì presso il rinomato laboratorio di intelligenza artificiale del MIT notò che la stampante laser Xerox si inceppava continuamente. In linea con quelle che erano le convinzioni del tempo ritenne opportuno migliorarne il funzionamento, ma per completare il lavoro doveva entrare in possesso del codice sorgente. Anche se in passato non c’era mai stato alcun problema concernente la trasparenza di quest’ultimo, la Xerox non accontentò le richieste di Stallman. Le aziende produttrici di programmi proprietari, infatti, stavano iniziando una dura battaglia contro il lavoro degli hacker, la cui etica si basava (e si basa tutt’ora) proprio sulla convinzione che l’accesso a una informazione libera e plurale poteva migliorare la vita delle persone, rendendole autosufficienti nella ricerca e nella verifica dei fatti e delle informazioni (Di Corinto A., Tozzi T., 2002:1.1.1). Delle convinzioni queste che, ovviamente, remavano contro gli interessi economici delle aziende. Nel momento in cui Stallman si rese conto che anche il MIT stava abbandonando questa logica per piegarsi all’arroganza della razionalità proprietaria, con continue e sempre più incisive restrizioni dei collegamenti ai computer, decise di abbandonare il laboratorio (1983) e di dedicarsi a tempo pieno alla lotta contro il software proprietario. In particolare contro Unix, un sistema operativo nato nel 1969 grazie a Ken Thompson e prodotto dalla potente AT&T. Il software in questione si era conquistato gran parte del mercato grazie alla sua efficienza, ma era “ proprietario” e quindi con il codice sorgente chiuso. Nello stesso anno del suo addio al MIT, Stallman assicurò al mondo intero che nonostante le notevoli difficoltà avrebbe portato avanti il suo mastodontico progetto open source: la piattaforma operativa GNU. Con questo gioco di parole (Gnu is Not Unix) Stallman voleva sottolineare la possibilità di ritrovare in un sistema operativo funzioni e compatibilità identiche a quelle di Unix senza chiuderne la sorgente. Grazie alla Free Software Foundation e alla League for Programming Freedom, Stallman riuscì a realizzare quasi tutti i programmi necessari a far funzionare la piattaforma GNU (Gnu Compilator Code, debugger, text editor) mancava solo il kernel, l’unità di calcolo centrale.
Nella primavera del 1991 uno studente di informatica dell’università di Helsinki di nome Linus Torvalds, spinto dall’eccessivo prezzo necessario per acquistare un sistema operativo Unix, decise di scrivere da solo il nucleo di un nuovo sistema operativo per rendere il suo pc simile ad un elaboratore di fascia alta. Fortunatamente non si fermò a questo: la sua vena “smanettona” lo spinse a spedire alla comunità hacker una e-mail nella quale affermava di aver realizzato il kernel (il nocciolo) di un nuovo sistema operativo, un clone di Unix, e chiese a tutti di condividerlo e migliorarlo. Ovviamente migliaia di programmatori aderirono all’invito e cominciarono a lavorare alla sua ottimizzazione: il kernel Linux (nome derivato dal blending tra Linus-Unix) venne scelto per integrare il sistema operativo GNU, creando il sistema GNU/Linux. Come sostiene Eric Raymond, la comunità creatasi intorno al progetto Linux assomigliava ad un grande e confusionario bazar, pullulante di chiacchiere, discussioni, progetti e approcci tra loro diversi, piuttosto che ad una fredda e gerarchica cattedrale; un bazar dal quale soltanto una serie di miracoli avrebbe potuto far emergere un sistema stabile e coerente (www.apogeonline.it). Il risultato, invece, è degno di nota: finalmente si riesce a dimostrare che è possibile creare un buon software anche senza il supporto del classico modello centralizzato-verticale.
D’altro canto, viene d’istinto pensare che la libera circolazione di un programma in rete potrebbe stimolare qualche malintenzionato a fruire del lavoro altrui e chiudere il flusso con un antipatico - ma efficace - copyright. In effetti, fu Richard Stallman per primo a porsi questo problema. Per evitare la noiosa pratica del software hoarding (chiedere di poter utilizzare un programma di pubblico dominio per poi chiuderlo dentro un copyright), nel 1984 Stallman formulò la licenza GPL (General Public License), dalla quale prende forma il copyleft, il cosiddetto “permesso d’autore”. Questa formula legale, anche se profondamente diversa dal copyright, il diritto d’autore, si basa sul suo stesso principio di proprietà intellettuale. La maggior parte delle licenze, al fine di tutelare il giusto riconoscimento dell’autore, tolgono all’utente la libertà di condividere e di modificare un determinato prodotto; al contrario la Licenza Pubblica Generica GNU, nel sovrintendere ugualmente la proprietà intellettuale, garantisce la libertà di condividere e modificare il free software, al fine di assicurare che i programmi siano - e restino - liberi. Sia la GPL che la LGPL sono progettate in modo tale che ciascuno abbia la libertà di distribuire copie del free software (e farsi pagare per questo, se vuole); che ciascuno riceva il codice sorgente; che ciascuno possa modificare il programma o usarne delle parti in nuovi programmi liberi e che ciascuno sappia di potere fare queste cose. Quel movimento di conoscenze che prende il nome di passa parola può essere considerata una delle forme di comunicazione più antiche, ma nel ventunesimo secolo risulta essere la più adeguata per dare nuovi sbocchi all’universo del free software. Quindi, non deve mai venire meno.
Libertà vs. Proprietà
Dopo aver brevemente affrontato le vicende storiche del free software, possiamo approfondire i rapporti tra quest’ultimo e la possibilità di ottenere un profitto dalla sua distribuzione. Come quasi tutti sanno un’impresa è attraversata da numerosi flussi economi, tra i quali possiamo annoverare quelli relativi ai costi ed ai ricavi. La differenza tra i due ci porta verso il profitto, ossia il surplus che l’imprenditore o il proprietario dell’azienda riesce a guadagnare nel momento in cui ha coperto tutte le spese dell’attività. Ogni attività produttiva si caratterizza per la presenza di una serie di costi, i quali tendono a suddividersi in due grandi categorie: fissi e variabili. I primi tendono restano costanti a qualsiasi livello di produzione; i secondi, invece, sono una funzione crescente della quantità prodotta (Amendola A., Boccella N., Imbriani C., 2005:16). Risulta, quindi, logico pensare che maggiore sarà la produzione e minore sarà il costo totale che l’imprenditore dovrà sostenere per produrre ogni unità, dato che il costo fisso tenderà a “spalmarsi” su un numero sempre maggiore di unità. Questo tipo di strategia prende il nome di economia di scala e - come sostiene Roger C. Picard - si realizza quando l’aumento della produzione permette di realizzare un piano efficace di riduzione dei costi (Picard R. G., 2005:77). Dobbiamo specificare, però, che questo processo viene rilevato nel momento in cui ci troviamo di fronte a dei beni materiali. L’avvento della digitalizzazione dei contenuti, del mercato virtuale, della smaterializzazione del denaro ha stravolto tutto l’apparato teorico finora acquisito. Il processo ideativo, produttivo e distributivo dell’ informazione e della comunicazione nelle nuove configurazioni digitali ha traghettato l’intera materia economica verso soluzioni teoriche dai confini ancora poco chiari.
Riavvicinandoci all’universo del software, possiamo prendere in considerazione due delle principali variabili economiche che gravano sul successo o l’insuccesso di un determinato programma nel momento in cui viene lanciato sul mercato: l’economia di scala dal lato della domanda e l’esternalità di rete. Abbiamo già evidenziato che le aziende che possiedono una corposa produzione di beni materiali riescono ad abbassare il costo unitario del singolo prodotto: in questo caso parliamo di economia di scala dal lato dell’offerta, perché quanto più l’impresa produce, tanto più diminuiscono i costi medi. Per il prodotto software, invece, vale solo il costo della prima copia, la spesa sostenuta per ideare e scrivere il determinato programma. Il costo del software risiede solo ed esclusivamente negli investimenti relativi all’ideazione, alla progettazione e allo sviluppo della prima copia del programma. Duplicazione e diffusione intervengono in maniera minima ad aumentare tale costo, il quale si compone esclusivamente da costi fissi. In questo caso, quindi, non vale più un discorso di economia di scala dal lato dell’offerta ma dalla domanda, proprio perché i margini di redditività dell’azienda risiedono non più in una maggiore produzione, ma in un maggior consumo, in una maggiore domanda (Celata G., 2004/2005:4). L’esternalità di rete - ovvero quel concetto secondo il quale è meglio essere connessi ad una rete di grandi dimensioni piuttosto che ad una rete più piccola (3) - è un altro aspetto dell’economia del software molto importante, in quanto permette di incrementale il valore del prodotto nel momento in cui aumenta il numero di utenti che ne fanno uso. Prendiamo ad esempio la piattaforma Windows della Microsoft: i feedback positivi derivati dall’esternalità di rete sono immensi, proprio perché può essere definita come la piattaforma di maggior rilievo, un formato di rilevanza mondiale.
Proviamo, ora, a posizionare il nostro sguardo sulla condizione economica del software libero. Come si relaziona con i principi appena elencati? In che modo riesce a incamerare le risorse economiche per riuscire a contrastare il potere monolitico dei baroni del software internazionale? Per quanto riguarda l’economia di scala dal lato della domanda, il software libero è ancora più avvantaggiato rispetto a quello proprietario. Quest’ultimo, infatti, anche se vanta costi di riproduzione nulli, in alcuni casi deve sostenere diversi costi di distribuzione, quali il supporto fisico e/o il packagin; il software libero, invece, si auto - distribuisce grazie alla sua presenza dislocata nella rete. Non c’è più bisogno di alcun rivenditore: si cerca il sito e si scarica il programma, ed anche la pubblicità viene effettuata attraverso canali alternativi rispetto a quelli della grandi aziende (tipo mailing list, forum di discussione). I costi di distribuzione/riproduzione sono realmente pari a zero e questa caratteristica permette di elevare notevolmente l’efficacia dell’economia di scala della domanda. Inoltre, come abbiamo già sottolineato, non è detto che il software libero non abbia un costo d’acquisto e con lo sviluppo delle varie licenze, si è avuto modo di far combaciare i capisaldi fondamentali del free software con il pagamento in denaro del prodotto. Ovviamente la sorgente resta aperta: la differenza sostanziale tra un programma “free” gratuito ed uno a pagamento è che quest’ultimo è stato modificato e riadattato a determinate esigenze, e che qualcuno l’ha trovato di probabile interesse economico ed ha deciso di commercializzarlo. Quello che dobbiamo ulteriormente chiederci è perché un individuo dotato di senso dovrebbe spendere del denaro per acquistare un qualcosa che può trovare anche a costo zero? La risposta si trova in una strategia di marketing accorta, fantasiosa e che, specialmente nei mercati molto competitivi, offre ai propri clienti soluzioni che altri non possano o non vogliano eguagliare. Solo così la branca del free software a pagamento può disporre di un vantaggio competitivo: producendo software stabile, flessibile e, soprattutto, altamente personalizzabile.
Per dare maggiore chiarezza al concetto, possiamo riportare il pensiero di Rober Young, secondo il quale ”per bere acqua, nella maggior parte dei paesi industrializzati, basta solo aprire il primo rubinetto che capita: e allora, perché Evian vende acqua di rubinetto francese per milioni di dollari su quei mercati? Sotto sotto, sfrutta la paura, largamente irrazionale, che dell’acqua del rubinetto non ci si possa fidare” (www.apogeonline.it). Molte persone preferiscono acquistare il Red Hat Linux “ufficiale” nella sua confezione per cinquanta dollari invece di scaricarlo gratuitamente dalla Rete o comprarne una copia non ufficiale. Questo avviene proprio perché la Red Hat (azienda fondata nel 1993 da Marc Ewing) riesce a variare il proprio prodotto in modo da creare un valore aggiuntivo degno di essere ripagato con moneta, e soprattutto senza oscurare il codice sorgente. Ma cosa accade se un’azienda decide di distribuire software libero senza pretendere alcun tipo di pagamento? Come farà a percepire gli utili necessari per sopravvivere? Ovviamente è costretta a eliminare tutti i costi possibili, ma per dare maggior risalto a quelle che sono le principali dinamiche di un software libero alle prese con la dura realtà economica è preferibile fare un esempio pratico. Supponiamo che le entrate di un’immaginaria azienda di software siano composte in questo modo: 50% dalla vendita del software; 25% dall’assistenza; 20% da consulenze; 5% da manuali. A prima vista, l'idea di rinunciare agli introiti derivarti dalla vendita e di distribuire gratuitamente il software sembra impossibile. Significherebbe buttar via il 50% delle entrate, un’intera metà! Analizziamo, però, la situazione. A parità degli altri fattori, ossia considerando che gli utenti rimangano motivati quanto lo erano prima ad acquistare dalla società in questione, il primo dato relativo a questa rinuncia che dobbiamo registrare è il sicuro aumento (si parla di un probabile raddoppio) del bacino d’utenza. Secondo la più banale delle leggi economiche, il denaro è un bene scarso e ogni individuo rinchiude le proprie scelte d’acquisto all’interno di un vincolo di bilancio, il quale ci suggerisce che il valore della spesa per l’acquisto di tutti i beni a disposizione deve essere minore o uguale al reddito che il singolo soggetto economico ha a disposizione (Amendola A., Boccella N., Imbriani C. 2005:96). Questa relazione, che indica una proporzionalità inversa tra costo dei beni e potere d’acquisto, ci suggerisce che nel momento in cui il prezzo di un prodotto diminuisce, automaticamente il consumatore si ritrova con una somma di denaro in più da spendere, ed è proprio su questa fetta di denaro non spesa che si concentrano le aziende che distribuiscono free software gratuito. La produzione e la distribuzione a pagamento di altri beni o servizi riguardanti il precedente programma offerto - come consulenza, assistenza, strumenti di sviluppo, librerie – se relazionati ai bassissimi costi sostenuti dall’azienda, guideranno quest’ultima verso un netto aumento delle entrate complessive, coprendo qualsiasi percentuale di perdita dovuto alla mancanza degli introiti dovuti alla vendita.
In conclusione, vogliamo ricordare che Robert Picard sottolinea sempre con grande attenzione che l’obiettivo principale di un’azienda vincente è quello di creare valore per i suoi clienti, offrendo prodotti o servizi che soddisfino i loro desideri e bisogni (Picard R. G., 2005:53). Si usa dire che la qualità, la sicurezza e la giusta assistenza tecnica sono parametri raggiungibili solo pagando un quantitativo in denaro - e rinunciando al proprio diritto alla conoscenza. Il free software smentisce questa ricorrente affermazione, dimostrando come tutti i precedenti obiettivi possono essere raggiunti e superati nel momento in cui l’attività creativa dell’uomo non viene ingabbiata nelle verticali logiche del sistema proprietario. Inoltre investe il consumatore dell’unico valore aggiunto che nessun software proprietario riuscirà mai a fornire: quello derivato da un processo generativo basato sulla passione e sulla libera condivisione delle idee.

Amendola A., Boccella N., Imbriani C., 2005, Microeconomia. Seconda edizione, Edizioni LED, Milano.
Berra M., Meo A. R., 2001, Informatica solidale. Storia e prospettive del software libero, Bollati Boringhieri editore, Torino.
Celata G., 2004/2005, Dispense di introduzione al corso di economia dell’Informazione e della
Comunicazione, Facoltà di scienze della comunicazione, Università “ La Sapienza”.
Di Corinto A., Tozzi T., 2002 Hacktivism. La libertà nelle magli della rete, Manifestolibri, Roma, 2002.
Lessig L., 2005, Cultura libera, Apogeo, Milano
Marinelli A. , 2004, Connessioni. Nuovi media, nuove relazioni sociali, Edizione Angelo Guerini, Milano.
Mari A., Romagnolo S. (a cura di), 2003, Revolution OS. Voci dal codice libero, Apogeo, Milano.
Picard R. G., 2005, Economia e finanza dei media, Edizioni Angelo Guerini, Milano.