Il Signore degli Anelli, la trilogia che ha proiettato sugli schermi delle sale cinematografiche di tutto il mondo le avventure di guerrieri, elfi, maghi, nani e hobbit impegnati nel distruggere l'Unico Anello che avrebbe permesso alle forze del male di imporsi sul mondo intero, ha lasciato un segno indelebile nel mondo del cinema. Solo “Il Ritorno del Re”, l'ultimo episodio, è stato premiato con 11 oscar e con un bagaglio complessivo di 17 statuette resta la saga più premiata della storia. Alcuni hanno visto solo il primo episodio, provati dalla fin troppo ingarbugliata trama, altri invece, per dovere di continuità o per reale interesse, si sono gustati l'intera saga. Coloro che poi si sono appassionati all'argomento, hanno acquistato e (forse) hanno letto anche gli imponenti e omonimi tomi di John Ronald Reuel Tolkien da cui le tre pellicole traggono spunto. I veri fan del genere fantasy, invece,, li avevano già letti quando si sono recati nelle sale cinematografiche. Magari tra una sessione di Dungeon & Dragon e l'altra.
Quello che è certo, comunque, è che anche se sono passati ben sei anni dalla prima proiezione de “La Compagnia dell'Anello”, il primo episodio della trilogia, nessun prodotto cinematografico è stato capace di contrapporsi maestosità dell'opera di Peter Jackson. Il merito principale del regista e sceneggiatore neozelandese – al di là della spettacolare fotografia e delle incredibili prodezze tecniche realizzate dalla società neozelandese Weta – e è quello di essere riuscito riuscito a riportare su pellicola l'intero mondo immaginario di Tolkien. Ovviamente immaginiamo che il processo non sia avvenuto senza difficoltà o alcun tipo di incongruenza: la spettacolare epopea di Frodo Banggis, infatti, si posiziona all'interno della complessa costruzione storico-temporale che caratterizza l'intera produzione letteraria di Tolkien. D'altro canto, il farraginoso corpus mitologico de Il Signore degli Anelli – la Terra di Mezzo, la Terza Era, le lingue incomprensibili degli elfi, le diverse dinastie di guerrieri e stregoni – trova la sua genesi nelle opere letterarie precedenti, come “Il Silmarillion” e “Lo Hobbit”, e gli appassionati del genere fantasy questo lo sanno bene; nella rappresentazione cinematografica, però, questo immenso bagaglio di nozioni viene proposto allo spettatore senza alcuna contestualizzazione, d'emblée, catapultandolo nello spaesamento più totale. Inoltre, già a metà del primo episodio, per lo spettatore profano è facile cadere nello spaesamento più totale nel ricordare tutti i personaggi che interagiscono con protagonisti che compongono la Compagnia dell'Anello. L'unico dato positivo è che, nonostante la loro numerosità, quasi tutti si contraddistinguono per una ben precisa appartenenza ad uno o all'altro schieramento, quello dei buoni e quello dei cattivi. Sono pochi, infatti, i casi in cui ci ritroviamo di fronte ad un personaggio che capovolge le sue intenzioni iniziali; lo stesso Boromir che accecato dal potere oscuro dell'anello per un attimo mette a repentaglio la vita dei suoi compagni, si ravvede quasi subito della sua azione surrettizia e sacrifica la sua vita per la giusta causa. L'unico che si prodiga in un mutamento di spirito completo e senza ripensamenti è Saruman, il più potente fra gli Istari, il capo dell'Ordine degli Stregoni che tradisce le aspettative della Compagnia dell'Anello e si allea con il loro principale nemico, Sauron, mettendo a disposizione dell'oscuro signore tutta la sua immensa conoscenza tecnica.
Un cambiamento che tiene fede alla tradizione narrativa che suggerisce il personaggio “cattivo” come più propenso ad opere di ingegno tecnico-scientifico (basti pensare alla mela avvelenata di Biancaneve, frutto della natura modificato in artefatto sterminatore dal morboso desiderio di arrivismo della strega) e che rappresenta allo stesso tempo la base sulla quale si articola il seguente lavoro comparativo. Un'analisi diretta, più che a soffermarsi sugli innumerevoli dettagli del complesso narrativo, verso l'individuazione dei possibili collegamenti che intercorrono tra Saruman nel momento in cui abbraccia la fede della ragione sistemica e il soggetto illuminista, teorizzato dagli esponenti della Scuola di Francoforte Theodor Adorno e Max Horkheimer nel celebre testo “Dialettica dell'illuminismo”, impegnato nel congedarsi da ogni autorità e affermare la sua autonomia razionale (Adorno T.W., Horkheimer M., Introduzione IX:1997).
La metamorfosi di Saruman
Al fine di illustrare con maggior analiticità il suddetto parallelismo, conviene affrontare le principali dinamiche della metamorfosi di Saruman all'interno della stessa trama dell'opera presa in esame. “Contro il potere di Mordor non ci può essere vittoria, Noi dobbiamo unirci a lui, Gandalf, dobbiamo unirci a Sauron. Sarebbe saggio amico mio” (Il Signore degli Anelli - Le due torri, P. Jackson). Queste sono le parole attraverso le quali Saruman confessa il suo totale disinteresse verso i precedenti valori e propone a Gandalf – la guida della Compagnia dell'Anello – di affiancarlo nell'alleanza con Sauron. Saruman percepisce la forza di questa oscura presenza e, invece di lottare contro di essa, decide di aiutarla, immaginandosi i benefici collegati alla sua scelta. Il compito dettatogli da Sauron, per quanto imponente, è semplice e diretto: creare un immenso e spietato esercito di orchi destinato alla distruzione del regno di Rohan e, in generale, della Terra di Mezzo e Saruman conta di riuscirci proprio attraverso la ragione strumentale, illuministica, tesa al puro e semplice raggiungimento dell'obbiettivo e cieca nei confronti di ciò che distrugge.
Riportiamo ora le prime righe della già citata opera di Adorno e Horkheimer: “L'illuminismo ha perseguito, da sempre, l'obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata brilla all'insegna della trionfale sventura” (11). Una prima riflessione riguarda il termine “illuminismo” che, in questa sede, non rimanda alla sua classica accezione di periodo storico (XVIII secolo) durante il quale vengono lasciati alle spalle i miti e le teorie degli antichi pensatori e si sviluppa una nuova fiducia nell'educazione progressiva dell'umanità e nelle grandi invenzioni, che secondo Bacone potevano sintetizzarsi nella stampa, la polvere da sparo e il compasso (Martinelli A. 2004:5). Piuttosto viene inteso come l'essenza della ratio, ovvero come pensiero razionale, borghese, palesemente moderno, norma originaria e sintetizzante della civiltà occidentale (Introduzione, IX). Il portatore storico di questo pensiero è il soggetto impegnato ad affermare la propria libertà individuale, emanciparsi dalle sovrintendenze esterne, attraverso il linguaggio dello spirito razionalizzante. Per emergere deve conoscere la natura, e deve distruggerla. Solo in questo modo sarà detentore di nuovi saperi e potrà imporsi sugli altri uomini, applicando quella logica illuministica e totalizzante funzionale agli uomini ambiziosi, che dalla natura vogliono solo apprendere le possibilità per attuale un dominio totale su di essa e gli altri uomini (12).

A questo punto ci sembra che l'operato del Saruman “mutato” sia decisamente più intellegibile, soprattutto alla luce del suddetto distacco che avviene tra la natura e il soggetto illuministico. “Il vecchio mondo brucerà tra le fiamme dell'industria. Le foreste cadranno, un nuovo ordine sorgerà. Guideremo la macchina della guerra con la spada, la lancia e il pugno di ferro degli orchi (Il Signore degli Anelli - Le due torri, P. Jackson): Saruman prepara Isengard alla guerra e lo fa radunando Uomini ed Orchi pronti a morire per la sua causa. Compie numerosi esperimenti tra le due razze dai quali nascono gli Uruk-hai, guerrieri d'élite molto più forti dei semplici Orchi completamente asserviti al loro padrone. Per armare il numeroso esercito Saruman ha bisogno della logica industriale: distrugge intere foreste per procurarsi le materie prime utili alla sua opera e prosciuga laghi e fiumi per guadagnarsi lo spazio necessario alle costruzione di nuove fonderie (immagine Flickr). Nel suo cuore batte oramai un'anima meccanica. Si affida alla ragione strumentale pervasa dalla razionalità conflittuale sia verso gli uomini che nei confronti della natura e sa bene che per dominare i primi deve preventivamente imporsi su quest'ultima attraverso la comprensione e l'imitazione della natura stessa. In Saruman ritroviamo quel razionalismo irrazionale descritto da Adorno e Horkheimer che si stacca dal mito senza liberarsi della mitologia; la socializzazione della natura e la naturalizzazione della società rappresentano il mito dell'illuminismo e il suo frutto è rappresentato da una natura sfigurata e mutilata in onore dell'uomo affermativo che impone la sua persona in vista di nuovi miti materiali (Introduzione, XV).
L'uomo borghese
Per rendere ancora più evidente il parallelismo tra Saruman e l'uomo illuminista tratteggiato da Adorno e Horkheimer dobbiamo ripercorrere ancora una volta alcuni passi della “Dialettica dell'illuminismo”, e in particolar modo quelli relativi al “grande borghese” Odisseo, o Ulisse, in quanto esempio di uomo che incarna lo spirito razionale e che pur di raggiungere il suo scopo ultimo è disposto a sacrificare i suoi compagni di viaggio. Ma, soprattutto, è disposto a distruggere il mito naturale. Nel corso delle sue peripezie, infatti, l'eroe omerico affronta diversi mostri mitici ma ogni volta si sottrae ai rapporti giuridici che lo circondano e lo minacciano: soddisfa e, allo stesso tempo, aggira la norma che regola il mito in modo che perda ogni potere su di lui nell'atto stesso che egli glielo riconosce (66).
La distruzione del mito per mano di Odisseo avviene attraverso l'interiorizzazione della norma stessa che regola il mito naturale, così come è avvenuto per Edipo nel suo confrontarsi con la sfinge. Questo essere mitologico ostacola il cammino dell'eroe, lo minaccia e gli impone una norma che si disfa nel momento stesso in cui viene aggirata. Edipo risolve l'indovinello e la sfinge si ammazza, proprio perché non ha più ragione di esistere: il diritto delle figure mitiche vive solo nella ineseguibilità delle norme a cui fanno riferimento. Ulisse affronta diversi miti della natura, sconfiggendoli tutti, ma Adorno e Horkheimer si concentrano sull'episodio delle sirene. La norma su cui si basa l'esistenza di queste creature antropomorfe è semplice: il loro canto è irresistibile e qualunque umano lo ascolta sarà spinto ad avvicinarsi a loro, e ovviamente morirà. Non possono essere sfidate impunemente e chi lo fa è già vittima del mito a cui si espone. Ed è proprio in questo frangente che lo spirito razionale di Ulisse mostra tutto il suo ingegno: aderisce docilmente alla natura, dà ad essa quello che le appartiene e la inganna (65). Ulisse non le evita ma non le affronta neanche a volto scoperto; rispetta il patto originario ma sfrutta una lacuna del contratto iniziale. Attraverso lo stratagemma che tutti ben conosciamo ascolta il canto delle sirene senza esserne vittima.
Il dato su cui, però, dobbiamo riflettere riguarda la sua volontà di non tapparsi le orecchie: gli altri marinai usano la cera per evitare di sentire il micidiale canto e sono al sicuro, e anche Ulisse avrebbe potuto fare allo stesso modo. Ma non è andata così: Ulisse ha voluto ascoltare il canto delle sirene, ha dato loro quello che volevano senza rimanere però vittima della norma mitica. Ed è così che Ulisse si impossessa della natura e allo stesso tempo la distrugge. A questo punto possiamo considerare che sia Saruman che Ulisse sono uomini ingegnosi ed hanno uno scopo ben preciso da raggiungere. Entrambi devono affrontare numerosi ostacoli, miti che impongono loro delle prove, ed entrambi devono fare i conti con la natura che impedisce loro di raggiungere il traguardo. La differenza riscontrabile nel loro modus operandi, però, è sostanziale: Ulisse addolcisce ed aggira la natura, infrangendo la norma delle sirene, mentre Saruman la distrugge direttamente con la forza della sua magia generatrice di diligenti e feroci Orchi. Ad ogni modo, in un primo momento il risultato è simile. La natura muore sotto i colpi dell'uomo borghese che persegue il suo fine ultimo, che non si volta a guardare lo scempio provocato dal suo operato.
La rivolta degli Ent
Nella trilogia de Il Signore degli Anelli le vittime più evidenti di questa follia distruttrice sono sicuramente gli Ent, gli Dei della natura, le creature più longeve della terra. Tolkien li descrive come esseri per metà uomini e per metà alberi, pastori dei boschi prodotti dal pensiero di Yavanna, Regina della Terra. Barbalbero è il più vecchio e saggio degli Ent: enorme, con il corpo di quercia e i rami simili a braccia e gambe. Insieme agli Ent erano nate anche le Entesse che ben presto avevano lasciato le foreste per insediarsi nelle terre aperte e insegnare agli uomini l'arte della coltivazione. Gli Ent le cercarono a lungo, invano, e di loro non si seppe più nulla. Coscienti, quindi, del loro inevitabile declino, dovuto soprattutto all'impossibilità di riprodursi, gli Ent decidono di affrontare “l'ultima marcia” e combattere il cancro maligno insediatosi nel cuore della loro foresta, Isengard, la fabbrica di Saruman.
Seguendo la trama del film, però, possiamo notare come inizialmente Barbalbero, nonostante le pressioni dei due hobbit Meriadoc Brandybuck e Peregrino Tuc, non era disposto ad affrontare lo Stregone Bianco e ad aiutare la Compagnia dell'Anello. Nel corso di una lunga Entaconsulta tra gli spiriti della foresta, la posizione di non belligeranza da parte degli Ent nei confronti di Saruman appare netta e motivata da un sentimento di indifferenza nei confronti del mondo degli uomini. “Questa non è la nostra guerra” (Il Signore degli Anelli - Le due torri, P. Jackson) afferma Barbalbero, ed è solo quando si rende conto che l'operato di Saruman ha distrutto l'intera foresta che decide di chiamare a raccolta gli Ent per muovere guerra a Saruman. “Uno stregone dovrebbe avere più criterio!” grida sempre Barbalbero, lasciando intendere che un uomo della sua saggezza dovrebbe conoscere la forza del mito.
Saruman, in effetti, a differenza dell'Ulisse descritto da Adorno e Horkheimer, aveva completamente tralasciato il processo mediante il quale avrebbe dovuto interiorizzare ed aggirare la norma del mito della natura. La sfrenata logica conquistatrice gli suggerisce semplicemente di distruggerla per soddisfare le sue esigenze ma ne pagherà le conseguenze. Gli Ent distruggeranno Isengard, la fabbrica che aveva tentato di imporsi sulla natura, inondandola con le acque dei fiumi precedentemente forzati all'interno delle dighe. Dopo la battaglia solo l'inespugnabile torre di Orthanc – nella quale si rifugia Saruman – rimane intatta: dell'industria rimarranno solo le rovine. Ma come sostiene Simmel, se nell'architettura si ha la sublime vittoria dello spirito sulla natura, nelle rovine si palesa l'originaria ed universale inimicizia tra le parti. La rovina non è frutto di un progetto e riattiva quelle forze naturali esterne ed interne allo spirito sottomesse dal processo storico dell'umanità, testimoniano la rivincita che la natura si prende rispetto allo spirito dell'uomo che ho voluto imporre le sue forme sull'ambiente (Abruzzese A., D. Borrelli D., 2000:81)

Abruzzese A., Borrelli D., L'industria Culturale. Tracce e immagini di un privilegio, 2000, Carocci Editore, Roma.
Adorno W., Horkheimer M., Dialettica dell'illuminismo (introduzione di Carlo Galli), 1997, Giulio Einaudi editore, Torino.
Martinelli A., La modernizzazione, 2004, Editori Laterza, Roma-Bari.
Il Signore degli Anelli– La Compagnia dell'Anello, Le due Torri – regia di Peter Jackson.